Il capovaccaio

Il capovaccaio (Neophron percnopterus) è il più piccolo delle quattro specie di avvoltoi europei (grifone, gipeto ed avvoltoio monaco sono le altre tre) e, senza ombra di dubbio, è anche quella dall’aspetto più singolare e “simpatico”, decisamente lontano dallo stereotipo dell’avvoltoio. Quando è posato, la faccia gialla, gli “spettinati” ciuffi di penne che ne ornano il capo e le zampe di colore rosa gli conferiscono un aspetto bizzarro e sorprendente. In volo il capovaccaio si caratterizza per il bel piumaggio bianco e nero, l’ampia apertura alare (155 – 170 cm) e la breve coda a forma di cuneo. Ancor più singolare è l’aspetto dei giovani, che hanno faccia e zampe grigio-cerulee e piumaggio marrone screziato di color cannella. Il capovaccaio frequenta di preferenza aree aperte pascolate e coltivate che abbiano nelle vicinanze pareti rocciose, indispensabili per la nidificazione (raramente la specie nidifica su albero). In genere depone due uova, meno frequentemente una. La specie si riproduce a partire dai 6-7 anni di età. Questo piccolo avvoltoio, sebbene principalmente necrofago, si alimenta anche di escrementi e placente, ragione per la quale frequenta spesso greggi e mandrie nella speranza di approfittare dei resti di qualche parto. Proprio dalla sua abitudine di aggirarsi a terra tra il bestiame deriva il nome volgare italiano della specie, “capovaccaio”, di origine toscana. L’areale del capovaccaio comprende Europa meridionale, Africa, Medio Oriente, Asia centrale ed India. In Nepal ed India è presente la sottospecie N. percnopterus ginginianus, di dimensioni minori. In Europa il capovaccaio è una specie prevalentemente migratrice, che sverna nell’Africa sub-sahariana e si trasferisce in Europa tra marzo e ottobre, periodo nel quale le coppie portano a compimento la riproduzione. I giovani migrano in Africa a fine estate e, solitamente, vi trascorrono circa tre-quattro anni prima di fare ritorno in Europa. La specie è residente nell’isola di Minorca (Baleari, Spagna) così come lo è la sottospecie N. percnopterus majorensis nelle isole di Lanzarote e Fuerteventura (Canarie, Spagna).

Capovaccaio che usa una pietra per rompere un uovo di struzzo

Lo stato di conservazione

L’areale del capovaccaio comprende Europa meridionale, Africa, Medio Oriente, Asia centrale ed India. La popolazione europea, localizzata attorno al bacino del Mediterraneo, conta circa 3.000-4.500 coppie la maggior parte delle quali nidifica in Spagna (1.490 censite nel 2018).

Nella Lista Rossa delle Specie Minacciate IUCN (BirdLife International, 2021) il capovaccaio è considerato una specie “Minacciata” (Endangered) perché la popolazione mondiale sta subendo un rapido declino. In Europa, dove si è registrato un -10% nelle ultime tre generazioni (circa 40 anni), tra le principali minacce che interessano la specie figurano il veleno (ingestione di bocconi o carcasse avvelenati), l’elettrocuzione, la collisione con aerogeneratori, le modifiche dell’habitat, il disturbo nei siti di nidificazione ed il bracconaggio.

In Italia il capovaccaio è elencato tra le specie “In Pericolo Critico” (Critically Endangered) nella Lista Rossa degli Uccelli Nidificanti in Italia (2021) perché corre un elevato rischio di estinzione. Sono conosciute solo una decina di coppie, distribuite in Sicilia (8-10), in Basilicata (2) ed in Sardegna (1). Sino al 2022 la specie nidificava anche in Calabria con una-due coppie mentre in Puglia l’ultima nidificazione di una coppia risale al 2014.

Soprattutto a partire dalla metà del XX secolo in avanti la storia del capovaccaio in Italia è segnata da un rapido declino, che ha determinato la progressiva contrazione dell’areale ed una drammatica riduzione demografica della popolazione. Fino agli anni ’50 del XX secolo la specie era distribuita in Toscana, Lazio, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia e poteva contare su circa 150 coppie (100 delle quali nella sola Sicilia). In precedenza nidificava anche sulle Alpi Marittime. Già nel 1970 le coppie censite erano scese a 71, localizzate in Toscana, Lazio, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia, e nel 2008 si contavano solo 8-9 coppie (-80% in 42 anni). Da allora il trend è più o meno stabile.

Le minacce

Bracconaggio

In Europa il bracconaggio è una minaccia presente ovunque e difficilmente quantificabile. Il bracconaggio viene considerato il primo responsabile del rapido e consistente crollo numerico del capovaccaio che si verificò nel XX secolo in Italia ed è ancora un fattore negativo rilevante, specialmente in talune aree di sosta durante la migrazione (Provincia di Trapani, in Italia).

Grazie all’uso di GPS applicati sui capovaccai, in anni recenti in Sicilia, in Basilicata e nell’isola di Malta sono stati rilevati episodi di bracconaggio ai danni di capovaccai nati al CERM e rilasciati in natura. Inoltre, si è scoperto che il bracconaggio viene praticato in mare nel Canale di Sicilia, area del Mediterraneo che separa la Sicilia occidentale dalla Tunisia e che durante la migrazione autunnale viene attraversata per raggiungere l’Africa dai capovaccai italiani così come da decine di migliaia di individui di altre specie di uccelli che nidificano in Europa.

La giovane Clara uccisa nel trapanese

La giovane Clara uccisa nel trapanese

Mappa dei capovaccai caduti in mare per bracconaggio

Mappa dei capovaccai caduti in mare per bracconaggio

Elettrocuzione

Il capovaccaio è una specie sensibile all’elettrocuzione, soprattutto nelle aree in cui la scarsa presenza di alberi obbliga gli individui ad utilizzare i sostegni delle linee elettriche come posatoi per riposare e/o trascorrere la notte. Casi di mortalità causata da linee elettriche sono noti in Italia ed in altri paesi europei così come in aree di svernamento quali Etiopia e Sudan.

Il capovaccaio Diego folgorato in una linea a media tensione

Intossicazione da piombo

Il capovaccaio così come molte altre specie di rapaci è interessato dal problema dell’intossicazione da piombo determinato dall’ingestione di carcasse che presentano residui di munizionamento che contengono questo metallo pesante. Anche se non è conosciuto l’impatto che questa problematica determina sulle varie popolazioni in termini di conservazione (incidenza su fitness, produttività, mortalità ecc.), in Spagna e Grecia sono noti numerosi decessi di capovaccai dovuti ad ingestione di piombo.

Impianti eolici

La presenza di impianti eolici costituisce un fattore di rischio importante per la specie: l’impatto contro le pale rotanti di queste mastodontiche strutture è causa di morte ben nota per numerose specie di rapaci. In Italia un incidente, in Basilicata, ha interessato un giovane esemplare nato al CERM e liberato in natura che ha subito l’amputazione di un’ala.

Il capovaccaio Sid con un’ala amputata da una pala eolica

Disturbo antropico

Il capovaccaio è una specie molto sensibile al disturbo antropico, pertanto attività varie effettuate nei pressi dei siti di nidificazione determinano il mancato insediamento delle coppie, l’abbandono dei nidi e il fallimento della riproduzione. Escursionisti, fotografi ed ornitologi possono provocare, anche in maniera involontaria e senza rendersene conto, danni irreparabili ad una specie così preziosa solo con la loro presenza oppure per la propria curiosità o per l’impulso compulsivo di scattare una foto significativa.

Per non parlare di attività quali l’arrampicata sportiva, che, oltre a compromettere sicuramente la nidificazione, riduce in maniera importante la disponibilità di siti riproduttivi idonei e adeguatamente tranquilli.

Scalatori in una parete del Parco Nazionale del Pollino

Scalatori in una parete del Parco Nazionale del Pollino

La migrazione

La migrazione è un momento di estrema vulnerabilità, che espone gli animali a moltissime minacce di natura antropica. I giovani che l’affrontano per la prima volta, inoltre, incontrano un’insidia estremamente subdola e pericolosa: l’attraversamento del Mar Mediterraneo per raggiungere l’Africa.

Nel caso dei capovaccai italiani il Mar Mediterraneo costituisce un ostacolo molto esteso ed il suo attraversamento può risultare letale qualora i giovani non seguano la “giusta” rotta, ossia quella che, passando per la Sicilia occidentale, li porta in Tunisia dopo “soltanto” 150 km di mare aperto.

Purtroppo la scarsità numerica della popolazione italiana fa sì che vi siano pochi individui subadulti o adulti che, avendo già percorso quella rotta migratoria, possano fungere da guida per i giovani. Capita, quindi, che i giovani si avventurino in mare aperto una volta giunti in Sicilia meridionale, trovandosi così di fronte ad un’interminabile traversata dall’esito incerto (oltre 500 km di mare) e, con ogni probabilità, infausto.

Questa rotta “sbagliata” è, inoltre, estremamente pericolosa perché gli individui che la intraprendono fanno generalmente tappa a Malta, isola ben nota per il feroce bracconaggio che vi viene perpetrato ai danni di specie protette.

D’altro canto negli ultimi anni si è scoperto che anche lungo la rotta “giusta”, nel tratto di Mediterraneo tra Sicilia occidentale e Tunisia, i capovaccai vengono sparati in mare. La migrazione risulta, dunque, estremamente pericolosa sia per gli adulti che per i giovani lungo entrambe le potenziali rotte.

Tutto ciò è dimostrato inequivocabilmente dalla morte di alcuni esemplari nati al CERM e rilasciati in natura.

Veleno

L’uso di bocconi avvelenati è una pratica illegale e ciononostante molto diffusa. Costituisce una delle minacce più gravi per la conservazione del capovaccaio. Le motivazioni che scatenano l’uso del veleno sono molteplici. Frequentemente il veleno viene utilizzato per eliminare i predatori del bestiame domestico o di specie di interesse venatorio o per uccidere cani randagi o vaganti.

In Italia i bocconi avvelenati vengono sparsi anche nelle aree di ricerca del tartufo, nell’ambito di dispute tra tartufai e tra tartufai e cacciatori per uccidere i cani dei concorrenti e scoraggiare l’uso di aree di ricerca. Bersaglio del veleno, soprattutto su alcune isole, sono piccoli animali come le lucertole che, per dissetarsi e sfamarsi, addentano pomodori, acini d’uva e fragole.

Un pericolo enorme per il capovaccaio è rappresentato anche dall’uso di rodenticidi, legale in questo caso, che viene fatto per uccidere roditori come topi ed arvicole in aree urbane o agricole. Anche le campagne di derattizzazione effettuate in aree periurbane prossime a zone naturali e all’interno di discariche possono rappresentare una grave minaccia.

Il veleno colpisce in maniera non selettiva e, dunque, ne sono vittime “collaterali” molte specie di uccelli necrofagi (avvoltoi, nibbio reale, aquila reale ecc.) che possono cibarsi sia direttamente dei bocconi avvelenati sparsi sul terreno che delle carcasse di animali morti avvelenati.

In Spagna l’avvelenamento è la prima causa di mortalità per la specie. Nel paese iberico è stato registrato l’avvelenamento di un totale di 325 capovaccai tra il 1992 ed il 2017.

Nei Balcani la pratica dell’uso del veleno è particolarmente virulenta e si verificano da anni, con frequenza, gravi episodi di avvelenamento: nel 1993 ben 62 capovaccai morirono avvelenati in una discarica di un paese della Macedonia mentre nel 2003 altri sette capovaccai persero la vita per la stessa causa nella parte orientale dei Monti Rodopi.

La giovane Bianca morta per probabile avvelenamento in Tunisia

Modifiche dell’habitat e riduzione della disponibilità trofica

Il capovaccaio frequenta di preferenza aree aperte nelle quali vengono praticate attività agro-pastorali estensive; la distruzione di questi ambienti o la loro trasformazione in aree coltivate in maniera intensiva (oliveti, vigneti ecc.) riduce la disponibilità trofica per la specie.

Tale situazione si aggrava dal momento che le norme sanitarie impediscono, in genere, che le carcasse del bestiame vengano lasciate sul terreno, a disposizione della fauna necrofaga.

In Spagna, ad esempio, il capovaccaio è stato penalizzato dalla chiusura di molte discariche e luoghi nei quali gli allevatori erano soliti smaltire i capi di bestiame morti, chiamati muladares o vertederos; ad aggravare la situazione si è aggiunta la minor disponibilità di cibo legata al calo demografico del coniglio selvatico.

Le aree africane di migrazione e svernamento

Le aree africane di transito e di svernamento della specie risultano molto pericolose per i capovaccai a causa del bracconaggio che vi viene praticato e dell’uso del veleno per uccidere i predatori del bestiame. Sono noti anche casi di capovaccai uccisi per essere mangiati e per usare le loro teste come amuleti. Purtroppo, molti dei capovaccai italiani e della penisola balcanica non fanno ritorno dal continente africano.